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Una casa abbandonata dai suoi abitanti, rapidamente degrada sino al punto in cui risulterà impossibile un suo recupero all'uso per il quale era stata costruita. Un monumento, un complesso architettonico che subisce l'abbandono civile, raramente riesce a sopravvivere se non come mera vestigia di un tempo che fu e di un uso che più non è. La prima regola nella conservazione dei monumenti è serbarne l'uso e/o promuoverne uno diverso da quello originale. Sulla base di questo principio la Direzione della Fabbrica Lapidea della Basilica di San Gaudenzio che, in oltre 450 anni, ha costruito, ampliato ed infine conservato il complesso Basilicale, ha deciso di promuovere in coerenza con iniziative culturali significative (festival di concerti di musica sacra, giunto alla vigila della terza edizione) la costituzione di un Museo della Basilica. Il Museo progettato rappresenta non solo un luogo dove organizzare reperti e testimonianze di una cultura trascorsa ma anche un momento in cui il visitatore può confrontarsi con quegli aspetti che normalmente l'architettura non manifesta: le parti nascoste ovvero quelle parti occultate alla vista del fruitore perché ritenute, forse ingiustamente, non corrispondenti alle visioni che l'architetto intendeva esibire a dimostrazione del proprio sapere architettonico.
Ma, perlomeno nel nostro caso, il sapere architettonico in queste parti sottratte alla normale fruizione è decisamente più espressivo; siamo perciò di fronte ad un vero e proprio avvenimento che potrebbe essere definito:
Il nostro viaggio e soprattutto quello dei futuri visitatori incomincia all'interno del campanile dell'Alfieri alla scoperta di una scala senza fine che incornicia opere d'arte antiche o moderne esibite in temporanee esposizioni. Se il nostro visitatore è impossibilitato o semplicemente pigro, può optare per un ascensore trasparente che comodamente lo solleva al piano del sottotetto dell'abside della Basilica del Tibaldi, dove incontra il cuore del Museo: la sala comunemente detta del compasso, per via di un enorme compasso lungo 11 m. ancora perfettamente funzionante.
Si è detto il cuore perché in questo luogo, oltre che trovare innumerevoli reperti dell'arte del costruire, ci si può ritrovare nel laboratorio di carpenteria del Magistrini (capocantiere dell'Antonelli) e sentirsi nell'atmosfera dove con pochi mezzi le idee dell'uomo hanno elevato a grandi altezze materiali con i quali hanno costruito scavando nello spazio.
La sala del compasso è il cuore del Museo non solo per l'emotività che vi aleggia ma anche perché a fronte della semplicità di un sottotetto, è concentrato un altissimo livello di tecnologia applicata alla Museologia.
Postazioni multifunzionali consentono a tutti, abili e disabili, di osservare l'architettura dai più diversi punti di vista attraverso telecamere teleguidate dall'utente, inoltre terminali attivi consentono l'accesso non solo ad archivi e biblioteche informatiche locali o collocate nel ciberspazio ma anche ad altri luoghi forse distanti migliaia di chilometri da noi, per visitare il Louvre, il Duomo di Milano o scoprire architetture antonelliane nel profondo Piemonte.
Il viaggio prosegue scivolando su aeree passerelle tra i sottotetti a scoprire di volta in volta le eredità del passato o le prestigiose ingegnerie dell'Antonelli e si conclude, per chi lo vuole e lo può, al vertice della Cupola ammirando, tempo permettendo, in un paesaggio unico, 270 dell'arco alpino, sicuramente l'unico punto della Pianura Padana a godere di tale prerogativa.
La visita non è finita; ci aspetta ancora la Basilica con i suoi tesori artistici, tra i quali eccelle la superba pala di Gaudenzio Ferrari.
Il primo lotto del Museo inizierà nel 1998, ma è già visibile da subito, in termini virtuali, voltando la pagina.
La Direzione ti aspetta nel Museo reale perché ancora più interessanti potranno essere le scoperte di un "dietro le quinte dell'architettura". Il presidente arch. Guido Peagno
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